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Imperfection is our beauty

La nostra casa non deve essere una casa perfetta, deve essere una casa “vera”.

Il posto dove abitiamo non deve riflettere le immagini patinate delle riviste di arredamento, tanto belle e accattivanti quanto lontane dal nostro quotidiano.

Se è vero che il bello, il senso estetico e la ricerca dell’armonia in ciò che ci circonda è un aspetto fondamentale dello sviluppo dell’uomo, ne costella la vita e le scelte in ogni campo, anche in quello dell’arredamento, dobbiamo prestare attenzione a ciò che non è definibile con un superlativo assoluto ma contiene delle imperfezioni o delle mancanze.

Una bella casa, un tavolo importante, un colore piacevole alle pareti, possono anche presentare dei “difetti” o delle mancanze che osservate con occhi diversi e riscritte nel giusto modo, si trasformano in una caratteristica che contraddistingue, che li rende piacevoli, attraenti ed unici.

Sarà proprio quel difetto a fare la differenza in positivo, a caratterizzare e ad inserire nel reale quell’oggetto rendendolo bello, facendolo uscire dagli stereotipi della perfezione.

In altre culture un oggetto che ha subito un danno non viene buttato via, ma riparato con colature di metalli preziosi.

PSICO DESIGN | Imperfection is our beauty

Mi riferisco al kintsugi l’antica arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite; prevede la ricostruzione di ceramiche rotte usando metalli preziosi come oro e argento e la lacca tradizionale urushi. È una delle massime espressioni artistiche del wabi-sabi, il principio buddista zen che celebra la semplicità, l’imperfezione e l’incompletezza e secondo cui le cicatrici sono qualcosa di prezioso da risaltare.

Le crepe non vengono nascoste ma valorizzate, questo richiama alla mente la possibilità di trasformare grandi sfide in opportunità.

Il kintsugi ci fornisce quindi una alternativa al gettare i cocci o al rimetterli assieme in modo distratto, ci mostra come dai cocci si può creare qualcosa di ancora più prezioso dell’oggetto che si è rottoQuesta pratica giapponese contiene quindi un messaggio per tutti, non solo per chi rompe e aggiusta vasi.

Per operare secondo le indicazioni, correttamente, è essenziale avere del metallo prezioso con cui riparare gli oggetti ridotti a cocci, altrimenti si perde tutto il significato di kintsugi, sia quello concreto sia quello più filosofico. Non deve per forza essere oro, vano bene anche l’argento liquido o una miscela di lacca e polvere d’oro, l’importante è avere un fluido di valore con cui riempire le crepe che resterebbero altrimenti in evidenza a separare i cocci avvicinati come facendo un puzzle.

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Il risultato sarà un oggetto della stessa forma del precedente ma impreziosito con delle nervature di metallo prezioso che lo decorano in modo imprevedibile e creativo. Seguono infatti le fratture che si sono create, ogni vaso rotto rinasce quindi in modo differente e si ottengono, grazie al kintsugi, tanti pezzi unici, riparati, cicatrizzati. 

Il bello della casualità, va colto, va colmato con idee preziose e luminose.

Non è l’oro “puro” il materiale più utilizzato nel Paese d’origine della tecnica ma la lacca urushi che si ricava da millenni dalla pianta Rhus verniciflua. Sia i cinesi sia i giapponesi la utilizzano da millenni e se ne ha la prova perché ne son stati trovati resti in una tomba della Prefettura di Fukui, risalenti a circa 5.000 anni fa.

Si tratta in fondo di una sorta di linfa appiccicosa che veniva utilizzata anche per scopi molto meno nobili e che poco avevano a che fare con l’estetica, mi riferisco alla riparazione o alla realizzazione di armi da guerra e da caccia.

E’ piuttosto evidente la metafora che questa tecnica orientale porta con sé, regalandoci vere e proprie opere d’arte decisamente tangibili e non certo metaforicamente belle ma realmente. A noi collegare ogni volta che ne vediamo una, il concetto che anche le persone, come le tazze da te, possono rinascere con cicatrici riparate con l’oro, brillando come non mai.

Ciascuno di noi viene segnato dalle ferite in modo diverso proprio come le nervature dorate di ogni vaso preparato con il kintsugi formano disegni differenti e irripetibili.

Possiamo subire ferite fisiche ma anche ferite emotive. Ognuna incide più o meno profondamente in noi, lasciando segni che a volte ci accompagnano per tutta la vita.

Nonostante tutto quello che può capitarci, noi ci rimettiamo in piedi e continuiamo a vivere. Scegliamo quindi di “riparare” queste ferite, o lasciamo che sia il tempo a guarirle per noi. Ogni volta che una ferita si chiude lascia una cicatrice.

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Il significato spirituale del Kintsugi sta proprio in questo aspetto: non dobbiamo nascondere le ferite che abbiamo o vergognarcene, perché se le “ripariamo” nel modo giusto, ovvero superando il trauma che ci hanno lasciato e imparando da esso, diventeranno medaglie, trofei che celebrano le battaglie a cui siamo sopravvissuti.

Ogni ferita che ci portiamo dietro racconta chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo sopportato fino ad oggi e come ne siamo usciti. Sarà la nostra personalissima arte di Kintsugi, una splendente cicatrice dorata chiusa a regola d’arte.

Scendendo più nel concreto, c’è un altro insegnamento che possiamo trarre da questa tecnica: non si deve buttare ciò che si rompe ma lo si può riparare e non è detto che non si possa addirittura ottenere qualcosa si prezioso.

Non per forza il riuso e il riciclo producono oggetti di scarso valore.

Una lezione da imparare e non scordare.

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